Cronaca

Iglesias tra Storia, Fede e Passione

La settimana che porta alla Resurrezione di Cristo raccontata da Angelo Cherchi

Angelo Cherchi, poeta e scrittore. Foto Enrico Locci/Agenzia Fotocronache.it

Tra i tanti eventi religiosi che ogni anno popolano il calendario sardo, uno dei più affascinanti e sentiti è quello della Settimana Santa ad Iglesias, durante la quale si mescolano Storia secolare e Fede popolare. Nelle righe a seguire, ci racconterà alcuni dei segreti di questi eventi l’iglesiente Angelo Cherchi: poeta e scrittore di caratura internazionale, Cherchi è un artista eclettico con 40 anni di attività letteraria, durante la quale ha approfondito temi antropologici e di etnostoria, con al suo attivo numerosi premi letterari internazionali.

La Settimana Santa iglesiente è uno degli eventi più importanti della Sardegna: come si inserisce nella storia cittadina?
L’Iglesias che conosciamo ha una storia quasi millenaria, ma, se allarghiamo il perimetro di qualche chilometro, troviamo insediamenti che hanno una datazione ben antecedente all’Alto Medioevo. La Settimana Santa acquisisce il suo corpus reale attorno alla seconda metà del 1400: siamo negli anni della seconda dominazione aragonese, prima di passare all’epoca castigliana. E’ ben noto quanto sia forte il sentimento religioso nella cultura spagnola: possiamo dunque definire la “nostra” Settimana Santa come una rappresentazione perfettamente paragonabile alle omologhe che si tengono a tutt’oggi in Spagna. La sua importanza divenne fondamentale nel tessuto sociale di Iglesias, in primo luogo perché l’Arciconfraternita della Vergine della Pietà del Santo Monte, l’associazione religiosa che organizzava e organizza tuttora le processioni, fondata attorno alla metà del cinquecento, era costituita dai notabili dell’epoca, tutti nobili.

Foto Gianluca Zuddas/Agenzia Fotocronache.

Qual è il ruolo dell’Arciconfraternita del Santo Monte?
Pur nascendo per meglio organizzare le ritualità della Settimana Santa, l’Arciconfraternita del Santo Monte svolge sin dagli inizi una funzione peculiare, che la caratterizza, di forte presenza e sostegno nei confronti del popolo e dei poveri in particolare, numerosi in quegli anni. Inoltre, l’Arciconfraternita svolgeva un ruolo, curioso per i tempi, di assistenza verso i condannati a morte, nel periodo antecedente la loro esecuzione: forniva conforto e li nutriva, sia per alleviare la pena, sia, soprattutto, per “ingraziare” l’anima di delinquenti e malfattori all’imminente incontro con Dio. L’Arciconfraternita del Santo Monte ha un’importanza notevole, se non fondamentale, che parte dalla seconda metà del Medioevo, per arrivare ai giorni nostri: una funzione che identifica fortemente Iglesias, ancora oggi. Nonostante i tempi siano cambiati, nonostante sia riscontrabile, come accade ovunque, una decadenza di valori, nonostante tutto, la città risponde sempre, in maniera molto forte. E non a livello di folklore, come spesso accade per avvenimenti storici di questo tipo, e nemmeno trasformandolo in un elemento squisitamente turistico: questo è un aspetto che all’iglesiente interessa in via secondaria. L’Arciconfraternita del Santo Monte è un collante forte che riesce ancora a far sentire la gente partecipe di un momento che appartiene a tutti e da tutti è veramente sentito.

Foto Gianluca Zuddas/Agenzia Fotocronache.

L’attività dell’Arciconfraternita del Santo Monte segue rituali molto antichi.
Rituali, simboli, simulacri: tutti elementi interessanti che compongono la processione e rappresentano la Passione di Cristo, sia a livello estetico che ovviamente religioso. Partiamo dal Cristo in legno settecentesco, di epoca castigliana, completamente snodabile a livello di arti, che viene deposto dalla croce il Venerdì Santo e adagiato in un letto dall’estetica prettamente spagnola. Ci sono poi i personaggi di costume nella rappresentazione storica della Passione: i farisei con i loro costumi; due bambini, un maschio e una femmina, che interpretano la Maddalena e Giovanni, vestiti con costumi molto ricchi, colmi di storici monili preziosissimi, scortati da un nutrito corpus di polizia. C’è poi una croce enorme, portata a spalla il Venerdì Santo dai pellegrini che fanno il voto.

Foto Gianluca Zuddas/Agenzia Fotocronache.

I costumi degli “hermanos” offrono un notevolissimo impatto visivo.
Sì, “hermanos”, i membri dell’Arciconfraternita si chiamano in questo modo, tenendo ben vivo il filo con la tradizione spagnola. I rappresentanti dell’Arciconfraternita del Santo Monte si trovano in testa alla processione che si caratterizzano per i costumi, anch’essi di epoca castigliana, con il cappuccio bianco, come in tutta la Sardegna. La differenza è che i loro costumi sono estremamente sfarzosi. Ho avuto modo di ammirare da vicino il costume di un caro amico scomparso, Mario Angioy, discendente di Giovanni Maria Angioy, una delle famiglie nobili ancora presenti a Iglesias: la fascia in damasco bianco era lunga sei metri, così come la gonna. Alla base delle maniche bianche, si trova una guarnizione lavorata e dei fiocchi neri, distanziati regolarmente. Gli “hermanos” si riconoscono dalla loro suggestiva presenza al contempo imponente e che incute rispetto.

L’Arciconfraternita del Santo Monte non è l’unica associazione religiosa iglesiente.
Esistono anche l’Arciconfraternita del Santissimo Sacramento e quella di San Giuseppe. Mi soffermo brevemente su quest’ultima, storicamente composta da figure che appartengono prevalentemente al popolo, in rappresentanza delle arti e dei mestieri, legate ad un principio religioso. Sino a qualche anno fa, i suoi membri accompagnavano i feretri in cimitero, onorando le salme e fornivano una presenza spirituale molto sentita.

Come accennato in precedenza, la storia di Iglesias è millenaria: i primi insediamenti umani sono risalenti addirittura al neolitico antico. Successivamente, la città e le sue zone limitrofe hanno visto l’avvicendamento della civiltà nuragica, la civiltà fenicio-cartaginese, quella romana, passando per la tumultuosa epoca medievale. Sono riscontrabili tracce di sincretismo religioso?
Relativamente ai periodi più arcaici, come il neolitico o l’età nuragica, no. Bisogna arrivare almeno al paleo-cristiano: ad esempio, all’uscita di Iglesias troviamo la chiesa di San Salvatore, il cui nucleo originario è datato all’incirca al 500 dopo Cristo. Dobbiamo però ben tenere presente un fatto, che spesso dimentichiamo: la Sardegna, dopo la caduta dell’Impero Romano, visse un periodo di forte oscurantismo corrispondente alle invasioni dei Vandali e Visigoti, durante il quale ci fu una devastazione di tutte le culture. Curiosamente, la cultura ortodossa è quella sopravvissuta più a lungo.

Foto Enrico Locci/Agenzia Fotocronache.

Eppure Roma è ben più vicina di Bisanzio.
Sembra strano a dirlo, perché molti lo dimenticano, ma la Sardegna faceva parte dell’Impero Romano d’Oriente, di cui era la settima provincia, insieme a Cartagine. Tanto è vero che Sant’Antioco era cartaginese, moro, e le sue spoglie si trovano in Sardegna: questa era la forza del legame con l’Africa del Nord, sotto la guida di Bisanzio. Un legame forte soprattutto dal punto di vista religioso, con figure prettamente ortodosse come i metropoliti, che hanno “governato” la religiosità sarda sino al 1.200 circa, quando Papa Innocenzo III scrisse una bolla che intimava ai metropoliti di tagliarsi la barba e giurare fedeltà alla Chiesa cristiano romana. I sardi invece, ostinati di natura, continuava a seguire la pratica ortodossa, nonostante la presenza dei vescovi nominati da Roma. Non è un caso che in Sardegna si venerino dei santi che non sono presenti nel Martirologio Romano (il catalogo ufficiale dei Santi riconosciuti dalla Chiesa cattolica) come Sant’Efisio o San Costantino Imperatore (chiamato anche Sant’Antine) e altri, come la Madonna d’Itria, Santa Barbara. Quando il Papa vide che i sardi continuavano a frequentare le chiese ortodosse, curiosamente, accettò il compromesso di consentirci di onorare i “nostri” santi. Da qui infatti la nostra religione prende il nome di cristiano romana di rito iconoclasta ortodosso: stranamente se ne parla poco, pur facendo parte del nostro DNA, senza quasi rendercene conto. Ecco, questo breve excursus per indirizzare sul dove sia possibile trovare tracce di sincretismo religioso.

Foto Gianluca Zuddas/Agenzia Fotocronache.

Qual è il lascito alle nuove generazioni di questa storia millenaria?
Dal punto di vista religioso, è molto difficile capire una società come quella contemporanea, in continua trasformazione: negli ultimi 30 anni, soprattutto gli ultimi 15-20, la società è cambiata seguendo una progressione geometrica. E’ complicato capire quanto, una manifestazione religiosa come la Settimana Santa, possa ancora fornire un messaggio forte negli animi più giovani. Certamente possiamo affermare che è tuttora presente un grande rispetto: la processione ha ancora una sua funzione rappresentativa e iconografica, aldilà di quello che può essere il sentimento religioso di ogni soggetto. Rimane la forte presenza e tradizione, oltre a una grande credibilità.

L’evento è vissuto solo esteriormente?
Questo no, però certamente si sta perdendo la forza di quello che è stato sino agli anni ’60-’70. Il mio ricordo personale delle processioni degli anni ’60 è quello di una maggiore partecipazione, di manifestazioni che si protraevano più a lungo. C’era poi una maggiore ricchezza degli elementi “secondari”, faccio l’esempio delle “matraccas” che in italiano si chiamano raganelle, uno strumento di origine spagnola, che viene usato anche oggi ma in misura estremamente ridotta. Negli anni ’60 ricordo matraccas, pesantissime, alte un metro, un metro e venti, sostenute da quattro ragazzi, due per lato, che le facevano roteare: se ne vedevano 20-30 e si sentiva un fragore lamentoso, guidato dal rullio sordo del tamburino, che dettavano il tempo e preludevano quella che sarebbe stata la successione dei personaggi sino ad arrivare al Cristo, dando questo senso di suspance e dolore forte. Questo esiste tuttora, con una tempistica più veloce, con un minor numero di figure. Ricordo ancora i bambini piccoli, dai sei mesi a un anno, vestiti da angioletti con le lucettine, presenti incuranti di freddo e pioggia. Tutto questo adesso non è scomparso ma esiste in una chiave diversa: prima si sentiva, si viveva, un pathos maggiore.

Di Gianluca Zuddas

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