10-06-2018 Atletica, Gianfranco Dotta e la nuova generazione di velocisti

Con l'allenatore della "sardo per cento" facciamo il punto sulla velocità nazionale e sarda

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Di Gianluca Zuddas 

Tortu, Patta, Kaddari, ma anche Polanco, Moro, Pitzalis, Mannu: la velocità sembra tornata agli anni ’80 e ’90. Chi più indicato nel trattare l’argomento di Gianfranco Dotta, comandante della “sardo per cento”?

Gianfranco, abbiamo ancora negli occhi il 10”04 di Tortu al Golden Gala, preceduto dal 10”03 a Savona. L’analisi tecnica delle gare?
Le due gare sono differenti. Al Golden Gala Filippo ha dimostrato di essere in grado di andare sotto i 10” netti, che significherebbe battere il record di Pietro: risultati eccezionali per un ragazzo di neanche 20 anni. Soprattutto a inizio stagione. La prestazione dell’Olimpico è più importante: al cospetto di avversari molto titolati; in un contesto meno favorevole, vista l’ora.

Anche per la “risposta” della pista rispetto a Savona?
Non conosco lo stato attuale della pista di Roma, un tempo non era granché. Se la “risposta” della pista dell’Olimpico dovesse essere simile al passato, la prestazione di Filippo sarebbe certamente da valutare ancor più positivamente. Poi a Savona c’era il vento a favore, al contrario di Roma. Inoltre, al Golden Gala, Filippo ha commesso qualche piccolo errore tecnico che invece non si evidenziava dalle riprese delle gare in terra ligure.

Notevole anche il 10”08 di Jacobs a Savona. Come hai visto la sua gara?
È un bel gruppo di atleti. Anche Jacobs ha fatto un bel salto di qualità: peccato che venga a praticare la specialità in conseguenza di una serie di situazioni non favorevoli nella sua specialità di eccellenza, il salto in lungo, almeno da quello che risulta leggendo le cronache. Magari, chissà, frequentare entrambe le discipline già da prima, avrebbe consentito ancor prima il salto di qualità. Detto questo, già il 10”08 è un ottimo risultato. Probabilmente a Roma, almeno sentendo le sue dichiarazioni, forse ha sentito maggiori responsabilità dopo il risultato di Savona: questo potrebbe diventare un problema per uno sprinter, come per qualunque atleta: bisogna gareggiare con la testa libera.

È iniziata la pratica italica di incensare il “vincitore” di turno: questa disciplina nazionale ha bruciato tanti talenti nostrani. La famiglia Tortu, a partire dal padre-allenatore Salvino, convive con questo fenomeno da anni, gestendolo sinora piuttosto bene. Tu hai vissuto situazioni simili, quando eri nel settore tecnico nazionale, ci puoi raccontare cosa dovrebbe fare un tecnico che si vede accendere su di sé tutti i riflettori nazionali?
Il lavoro fatto sinora da Salvino è eccezionale, sia sul versante prettamente tecnico e questo si vede dai risultati; sia, e questo è un lavoro “nascosto”, nel riuscire a proteggere Filippo dalle interferenze esterne, aiutato anche dalla grande maturità che Pippo mostra nonostante la giovane età. Per venire alla tua domanda, bisogna proteggere gli atleti, perché sono l’anello debole della catena: il gravame di responsabilità non è mai favorevole al conseguimento di prestazioni. Bisogna sempre analizzare le prestazioni lucidamente e razionalmente con l’atleta, andando a vedere aspetti positivi e negativi. Con i piedi per terra. Tutto ciò che viene detto attorno, anche le incensazioni, deve essere preso come un qualcosa che fa piacere, rimanendo però in una dimensione realistica, che atleta e tecnico conoscono.

Vediamo delle figure professionali collaterali e di supporto all’allenatore classico che sono volte a migliorare gli aspetti psicologici della prestazione agonistica. In tutto ciò, manca una ricerca di formazione e preparazione dei dirigenti che poi sono quelli che spesso hanno creato i maggiori danni agli atleti e agli allenatori, non solo nell’Atletica.
Il lavoro combinato tra allenatore, atleta e mental coach è un aspetto molto importante: noi lo abbiamo sperimentato nel mio gruppo già a fine anni ’80 e con ottimi risultati. Abbiamo operato in via amichevole perché la Federazione di allora ci ha supportato veramente poco o quasi nulla, tant’è che la collaborazione dovette interrompersi, visto che chi ci aiutava doveva sostenere le spese di tasca propria: sarebbe stato bello, già allora, poter continuare ed estenderlo ad altri sport. La catena di lavoro era questa, stabilita da loro stessi: il mental coach in primis aveva la sensibilità e intelligenza di dare a me le informazioni, in modo che fossi io allenatore a trasmetterle poi all’atleta, visto il maggior ascendente del tecnico. Questo è importante: non si devono sovrapporre i ruoli e noi fummo fortunati perché incontrammo professionisti che avevano voglia di aiutare gli atleti senza velleità di protagonismo. Prima di risponderti riguardo i dirigenti, permettimi un inciso sui tecnici. È mancato, a mio avviso, un graduale passaggio di consegne e conoscenze tra le generazioni: c’è stato un “salto” che inevitabilmente ha fatto perdere qualcosa. Nonostante ciò, ogni allenatore, cerca di aggiornarsi per migliorare e far migliorare i suoi atleti e bene o male riesce a fare il suo. Venendo alla formazione dei dirigenti, spesso capita che si diventi dirigenti per passione ma questa ormai non basta: una società, una federazione, vanno gestite come un’”azienda”. Già negli anni ’80 noi cercavamo di avere un aiuto dai dirigenti nel venire incontro alle nostre esigenze, ma spesso eravamo costretti a mettere mano al nostro portafoglio e sopperire alle carenze, che invece dovrebbero essere la prima preoccupazione dei dirigenti stessi. Il loro entusiasmo deve sostanziarsi nel consentire ad atleti e tecnici di conseguire la miglior prestazione possibile, nel giorno giusto: ricordo una battuta di Eddy Ottoz che avvisava che i Giochi Olimpici sarebbero iniziati in tale giorno e in tale ora e non sarebbero stati rinviati per venire incontro alle nostre inefficienze; o lo stesso Carmelo Bosco che trovava per noi tutto l’occorrente per continuare le ricerche, determinati per ottenere certi risultati. Noi stessi, io e Sandro Floris, siamo stati “costretti” a comprare di tasca nostra le fotocellule e metterle a disposizione degli allenamenti della staffetta, nonostante fossimo in prima fascia, ossia probabili medaglie olimpiche e aventi diritto alla massima assistenza.

In prospettiva 4×100, cosa significa avere due individualisti sub-10”10?
Non parliamo solo di Filippo e Jacobs ma c’è un bell’elenco di atleti immediatamente a ridosso, che stanno andando veramente forte e siamo solo ai primi di giugno: è ipotizzabile che la condizione cresca ulteriormente. È una generazione notevole: ci sono periodi in cui siamo ricchi di talenti e altri meno. Questa è decisamente ricca. Mettendo insieme i risultati e andando a vedere ad esempio il nostro differenziale, rispetto alle prestazioni iniziali intorno ai 3”3, penso che l’Italia sia in grado di schierare una staffetta da 37”50 senza colpo ferire. Speriamo di vederli presto primeggiare o contrastare le altre staffette che vediamo in giro per il mondo. 

Negli ultimi anni, i testimoni italiani non sono arrivati al traguardo tante, forse troppe, volte, mettendo in evidenza un vasto campionario di errori tecnici. Pur nel rispetto del lavoro dei tuoi colleghi, quali suggerimenti ti senti di poter dare?
Sarebbe presuntuoso dare suggerimenti perché i tecnici sanno benissimo cosa fare. Posso certamente dire che noi eravamo molto attenti all’impatto emotivo: partecipare a una Finale Olimpica o a un Campionato del Mondo, con le migliori staffette del pianeta, con gli occhi di tutti addosso, significa dover avere una lucidità e una freddezza non da poco: bisogna andare a individuare atleti che abbiano grandi prestazioni individuali ma che al contempo sappiano misurarsi a quei livelli. Perché ci sono anche condizioni limite: ad esempio ricordo a Spalato, facemmo 38”39 sfiorando l’allora record italiano, Sandro Floris in terza frazione dovette aggirare uno spagnolo che invase la corsia. Bisogna mantenere lucidità e freddezza nel fare il proprio compito, senza farsi prendere dal panico. Ciò si ottiene, da una parte con atleti di temperamento, e dall’altra allenandosi in situazioni simili a quelle di gara: per riuscire in ciò, i nostri allenamenti dal punto di vista tecnico, erano finalizzati all’individuazione del punto ideale di cambio, ossia il punto che consentisse di mantenere la velocità il più alta possibile, alla fine della zona di cambio.

L’Atletica è ovviamente uno sport individuale: come hai e avete gestito possibili rivalità tra i velocisti a vostra disposizione?
Tutto questo era gestito da me e dal nostro team in maniera chiara e trasparente, in modo tale che ognuno si rendesse conto che ogni nostra scelta era frutto di una mera valutazione tecnica, suffragata da riscontri oggettivi come i tempi presi con le fotocellule. Al netto di ciò, la valutazione valeva per la manifestazione che stavamo preparando, ed eravamo sempre pronti, nelle manifestazioni successive, a modificarle in base ai riscontri tecnici oggettivi.
La staffetta non si limitava a quattro atleti, ma avevamo sperimentato e affinato nel corso degli anni, numerose varianti al quartetto “titolare” in modo tale che il risultato fosse sempre omogeneo e gli stessi atleti fossero duttili, in grado di cambiare in più frazioni in caso di bisogno. Per non correre rischi, in allenamento provavamo diverse distanze di handicap per essere poi pronti ad affrontare dei cambi in sicurezza, nei turni di qualificazione, e dei cambi “tirati”, per le finali. La nostra maggior soddisfazione in tutti quegli anni è stata di non essere stati mai squalificati per cambio fuori zona.

Ed ad Atlanta come andò?
Il “fattaccio” di Atlanta avvenne dopo aver consegnato puntualmente il testimone, conducendo la gara con largo vantaggio: ci sono ancora le fotografie dei quotidiani di Atlanta che testimoniano ciò. Purtroppo, ciò avvenne a causa della pioggia che fece scivolare la presa a consegna già avvenuta.

La tua più grande soddisfazione come responsabile delle staffette della Nazionale?
Sarebbe banale rispondere con la medaglia di bronzo ai Mondiali del 1995 a Goteborg. In realtà, la maggior soddisfazione mia, ma penso di tutti, è stato il rilevamento cronometrico IAAF che ci incoronava come migliori al mondo come velocità in zona cambio. Lo stesso Primo Nebiolo si complimentò commentando “Se gli americani cambiassero come noi, il record del mondo sarebbe nettamente migliore”.

Veniamo ai velocisti sardi. Patta ha “rubato” il record di categoria a Sandro Floris e si sta mettendo in luce come uno dei migliori prospetti nazionali, con le due recenti medaglie d’oro ai Campionati Juniores. Come lo vedi?
Intanto non ha rubato, ma lo ha conseguito a pieno merito. Riporto le parole di Sandro che è rimasto impressionato dalle qualità di Filippo, già da atleta di livello mondiale, e di Patta che mostra di essere un talento notevole: lo vedo proiettato molto in alto. Perché è giovane, sinora ha saputo fare bene, non ha sbagliato nessuna gara. Ho visto i recenti Campionati Italiani dove ha portato a casa una doppietta, e nei 200 metri non mi sembrava stesse così tanto bene: eppure ha saputo interpretare bene la gara, in un contesto in cui era importante vincere pur non essendo comprensibilmente al top, avendo sulle spalle 4 turni di gara, con una gamba che sembrava non al top: tanto di cappello. È un ragazzo che crescerà e magari notevolmente. Il sogno sarebbe di vedere di nuovo una “sardo per cento” con Pippo, Patta, Polanco e altri.

Kaddari ha iniziato forte la stagione: ha abbassato il suo limite sui 100 metri e ribadito il suo valore nei 200 metri al Brixia Meeting e al Golden Gala. Sta andando sul solco delle aspettative?
È una ragazza di grandissimo talento. Per le caratteristiche fisiche, la sua tecnica di corsa eccezionale, si può intravedere in lei un futuro notevole. Magari, in questo inizio di stagione alcuni si aspettavano qualcosa in più: io credo invece che stia andando bene, già vicina ai suoi primati personali. Siamo a inizio di stagione, immagino che il suo allenatore Fabrizio Fanni abbia proiettato le prestazioni un po’ più avanti, come è normale che sia, per cui son sicuro che Dalia faccia un ulteriore salto di qualità.

Alle spalle, dei due top, un bel nugolo di atleti che si stanno facendo valere nella velocità. Moro nei 100 metri, Mannu nei 100 e nei 200 metri, Pitzalis nei 400 metri: c’è qualcuno che ti ha sorpreso particolarmente?
Sorpreso no, perché pur da semplice appassionato continuo a seguire le gare. Sono contento di vedere questi ragazzi che continuano a crescere e progredire costantemente e ancor più piacevole è vedere questi ragazzi seguiti da tecnici sardi. Mi è dispiaciuto per Polanco, atleta di grande valore, che è “emigrato”, rompendo la tradizione della Sardegna, secondo la quale i nostri migliori interpreti continuavano a vivere e allenarsi con gli allenatori sardi, pur vestendo maglie non isolane per ragioni economiche. Sono invece contento per gli altri che continuano ad allenarsi in Sardegna con allenatori sardi. Soprattutto per queste nuove generazioni di allenatori che stanno facendo molto bene.

Si sta muovendo qualcosa anche a livello di nuovi tecnici: tra tutti, spiccano Valentina Piras, allenatrice di Lorenzo Patta, e Stefano Caneo, allenatore di un largo gruppo di atleti universitari. Una tua considerazione e qualche consiglio per loro?
Anche in questo caso, sarebbe presuntuoso dare consigli. Conosco Caneo e mi farebbe piacere conoscere, certamente alla prima occasione, anche Valentina. Stanno facendo bene. Ricordo che negli anni ’80 e ’90, esisteva un rapporto continuo e proficuo di scambio reciproco tra lo staff nazionale, lo staff regionale e i tecnici di società, in modo tale che la crescita tecnica dei vecchi e nuovi allenatori avvenisse in maniera naturale. Premesso ciò, mi fa sempre piacere e sono sempre disponibile a qualsiasi confronto con chiunque, perché serve sempre a crescere. Lo stesso Patta, pur venendo da un infortunio nella stagione invernale, è venuto fuori facendo i suoi primati, segno di un lavoro svolto in maniera notevole. Questi inconvenienti, questi piccoli infortuni, purtroppo sono sempre in agguato per gli sprinter: gli allenatori devono saper rimediare in tempi brevi e riproporre gli atleti in gara il più velocemente possibile, come è successo con Patta. Vedo che Moro sta facendo bei progressi: ora lo vedremo in staffetta ai Campionati del Mediterraneo, e immagino che poi potrà migliorarsi prossimamente in gara individuale. Già ora sta facendo decisamente bene. La Mannu mi auguro che faccia un ulteriore salto di qualità per entrare nel novero del giro azzurro.

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