11-06-2018 Volley, Enrico Balletto tra stagione appena conclusa e prospettive future

Intervista all'allenatore di Sarroch che analizza lo stato della pallavolo isolana e ci anticipa una sorpresa

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Di Gianluca Zuddas

Il Sarroch Volley ha concluso da alcune settimane la sua stagione: dopo aver dominato per larghi tratti il campionato di Serie B maschile, stazionando stabilmente in vetta alla classifica, ha subito un calo nelle ultime giornate. Ai Playoff, il cammino si è interrotto al primo turno, con sconfitta in gara 3. Una stagione comunque estremamente positiva e inaspettata, stando almeno ai pronostici della vigilia. Parliamo di questo e di tanto altro con il coach Enrico Balletto, nocchiero dei gialloblu.

Partiamo dalla fine: il precoce stop di Sarroch ai playoff ha lasciato l’amaro in bocca?
Personalmente parlando? Sì, perché avevamo la possibilità di passare abbastanza tranquillamente il primo turno: non so se saremmo poi arrivati sino in fondo, ma di sicuro ci saremmo tolti una bella soddisfazione. Abbiamo perso gara 3 da loro, la “bella”, 3-0 pur combattendo ogni set sino all’ultimo e giocando una gara devo dire non bene. L’amaro in bocca è limitato esclusivamente a questo. Per il resto, ce la siamo giocata e abbiamo perso contro una squadra costruita per la promozione e che già l’anno scorso ha perso solo in finale per il salto di categoria. Siamo tutti soddisfatti per la stagione, perché è andata ben oltre le nostre previsioni. La sensazione da sportivo, ex atleta e ora allenatore, è stata sempre “una volta che siamo lì a giocarcela, mettiamocela tutta” e i ragazzi questo hanno fatto e credo che i nostri tifosi lo abbiano visto e capito.

La stagione regolare ha visto 19 vittorie su 24, quindi un’ottima stagione. Nelle ultime partite c’è stato un leggero calo: che difficoltà c’è nel dover tenere una condizione atletica costante per otto mesi?
La difficoltà consiste nel saper gestire i momenti di pausa e i momenti meno impegnativi della stagione con il giusto lavoro in palestra pesi, ma anche con quello tecnico-tattico, trovando anche il modo di non sovraccaricare troppo mentalmente i ragazzi. Il finale di stagione non ha evidenziato problemi di natura atletica, quanto invece problemi di tenuta psicologica e mentale: non essendo una squadra costruita per la promozione, e composta principalmente da ragazzi giovani con non tanta esperienza di campionati di B, non abituati a questo genere di situazioni da “dentro o fuori”, la fatica è stata di tipo mentale nel dimostrare di essere i primi, purtroppo proprio nella parte finale nella quale abbiamo incrementato appunto le nostre sconfitte e sembrava quasi impossibile uscire da quel tunnel: un conto è andare in campo pensando solo a dover giocare bene e senza grosse responsabilità, un altro incontrare avversari che giocano alla morte perché stanno sfidando la capolista, riuscendo a volte a tirar fuori dal cilindro anche prestazioni di carattere che vanno ben oltre il loro normale livello di prestazione.

Quali sono le prospettive per la prossima stagione?
La società mi ha confermato la fiducia già da marzo, c’è la volontà da parte di entrambi di proseguire insieme, progettando con anticipo il futuro. Non metteremo assieme una squadra per la salvezza, ma cercheremo di puntare a fare un buon campionato in maniera decisa fin dal principio quest’anno. Vorremmo sfruttare l’entusiasmo derivante da questa stagione per avere qualcosa in più dagli sponsor e poter fare una squadra più solida, con una rosa numericamente più larga perché ci siamo resi conto che il vero gap con le avversarie che puntavano alto è stato proprio questo: tutte le squadre di prima fascia avevano un cambio dello stesso livello per ogni ruolo, noi onestamente no, esclusi i posti 4. Questo ha portato a un affaticamento a livello mentale ulteriore: la stagione è lunga, stressante e i giocatori hanno bisogno durante l’anno di periodi in cui scaricare anche e soprattutto mentalmente. Questo senza nulla togliere ai ragazzi che son stati impiegati meno: loro al pari degli altri ci hanno consentito di arrivare ai playoff, compresi quelli che provenivano da esperienze di serie C o direttamente dal vivaio (Gabriele Lai del 2002): ci siamo sempre allenati bene grazie a tutta la rosa, senza il bisogno di dover ricorrere a molte amichevoli.

Passare da una serie B ad una A2 maschile cosa comporta in termini pratici? La Sardegna è secondo te in grado di sostenere una A2?
La Sardegna senza dubbio sì. Purtroppo non ci sono giocatori sardi da A2, non ne abbiamo “prodotto” in questi anni. La situazione non è bianca o nera, è ben più articolata. Ci sono difficoltà oggettive, comuni a tutta Italia, e ci sono anche demeriti nostri perché il livello dei nostri vivai è basso, pur avendo una A2 femminile come Hermaea Olbia che dovrebbe essere trainante per tutto il movimento. Il settore giovanile purtroppo, troppo spesso non è visto come investimento e lavoro di qualità utile anche a sfornare o valorizzare talenti o eventuali campioni del domani, quanto invece come elemento per far cassa e quantità, a scapito appunto della qualità.
È pur vero che ci sono condizioni logistiche complicate: poche palestre per tante società, e le ore di palestra e di allenamento, oltre alla qualità dello stesso, sono elemento fondamentale per avere atleti di qualità. 
C’è poi scarsa propensione ad investire nella qualità degli allenatori: allargando la visuale, ci si accorge come sia una tendenza generale della nostra società Italiana, quella del livellamento verso il basso, dell’uno vale uno, quando invece non è così soprattutto nello sport: le esperienze, la preparazione, i risultati delle carriere di ognuno rendono tutti diversi ed è sacrosanto che sia così. Tutto questo tende a non riuscire a far alzare l’asticella.

In generale, nello sport italiano, spesso capita di trovarci in situazioni in cui la prima squadra è totalmente slegata dal settore giovanile: manca spesso una visione di insieme che consenta ai talenti del vivaio di avere nella prima squadra il naturale sbocco. Nella tua carriera il lavoro coi settori giovanili è stato importante e foriero di risultati: come state lavorando a Sarroch in tal senso?
Sarroch è una realtà particolare, si tratta di una cittadina che supera di poco i 5mila abitanti, quindi è complicato avere numeri tali in palestra da raggiungere una “massa critica” che renda la società autosufficiente, soprattutto nel settore maschile che ha già grossi limiti numerici in generale nel volley (ndr, gli uomini superano di poco il 20% dei tesserati nazionali). Per portare gli atleti in palestra occorre un “pretesto”, un motivo scatenante: i risultati della nostra squadra hanno fatto da elemento trainante; la società si è impegnata con i progetti scuola negli ultimi 2 anni e, quest’anno, siamo andati nelle scuole con i ragazzi e i responsabili della società, portando costantemente 3 atleti nelle scuole elementari per far conoscere il nostro sport. Speriamo che questo porti un maggior numero di tesserati alla società. Per quanto riguarda il settore maschile, quest’anno abbiamo avuto il problema di non riuscire a creare la squadra di prima divisione, che fino all’anno passato era presente con i giovanotti cresciuti nel vivaio: chi perché è andato a studiare fuori, chi per problemi con il lavoro, come capita una volta arrivati all’Università o superata la maturità. Per il settore femminile invece i numeri sono discreti. La società quest’anno ha deciso di affidarmi la Direzione Tecnica e ho accettato con entusiasmo questa “sfida”. È mia intenzione interessare tutte le società della zona: da Frutti d’Oro, a Pula, Capoterra e altre realtà vicine, per creare una rete di collaborazione, dando una mano a tutti, per aumentare la qualità e coordinare un lavoro e per avere squadre che coprano le varie categorie.

Dal punto di vista dei settori giovanili, come ti sembra la situazione regionale? C’è qualche talento che potrebbe fare il salto verso l’alto professionismo?
Ora come ora, onestamente no. L’ultimo vero talento è stato Alessia Orro. Lei ha avuto anche la “fortuna” di essere scelta dall’allora CT Mencarelli un anno prima del normale ingresso nel Club Italia e quest’anno in più secondo me l’ha aiutata in maniera decisiva a non perdere terreno nei confronti delle pari età nazionali, soprattutto del nord Italia, che già lavorano dalle prime categorie delle giovanili con l’obiettivo dell’alto livello cioè la serie A. Per questo, quando sento dire che la Orro è un prodotto del nostro settore giovanile, non sono assolutamente d’accordo. Lei è partita giovanissima e questo le ha consentito di esprimere tutte le sue potenzialità di talento, quale lei è; se fosse rimasta solo un altro anno qui ho i miei dubbi che avrebbe potuto fare lo stesso tipo di percorso e di successi. In Sardegna non è facile il confronto: non è facile trovare il talento, non è facile tenerlo in palestra perché ci si deve allenare anche con atlete che magari stanno iniziando dal principio: la mentalità di tanti colleghi non è insegnare la pallavolo per creare atleti e costruirli ma poter vincere subito a livello giovanile, e questo va a discapito di tutto il resto e della cultura sportiva.

Un livellamento verso il basso?
Sì, questo è un problema che limita chi magari potrebbe raggiungere altri traguardi. Ti faccio l’esempio di Schintu di Oristano, che ora è andato a studiare a Monza: lui presumibilmente potrebbe arrivare, non so ancora valutare a che livello, in serie A. Ora vive in un posto in cui esiste un settore giovanile importante, fucina di una prima squadra di Superlega cioè Monza, ed è allenato da uno dei migliori tecnici giovanili italiani come l’amico Liano Petrelli e potrebbe avere la possibilità di arrivare in A come fece il padre, unico sardo che ha giocato in una squadra di A1 fuori dalla nostra isola. 

Non so se hai seguito quest’anno il basket femminile: 4 squadre sarde in A2, tutte in lotta per non retrocedere sino all’ultima giornata. Nel volley, vediamo tante società impegnate nelle varie serie che si confrontano, chi più chi meno, con risorse scarse. Vediamo sedicenti “progetti” che partono in estate e difficilmente arrivano a primavera. A tuo avviso, pensando alla promozione dello sport, come si dovrebbe riorganizzare il volley?
È un bel discorso. Non condivido tante scelte fatte in questi anni dagli organismi sportivi preposti e questo è noto, come è noto che sono molti anni che lancio il campanello di allarme sul calo di squadre e tesserati a livello giovanile non solo nel settore maschile ma anche in quello femminile. Molte scelte sono spesso atte a difendere alcuni “orticelli” invece di promuovere lo Sport, il NOSTRO sport e ci tengo a sottolineare il termine NOSTRO e non MIO che evidentemente appartiene più a un certo tipo di mentalità. Abbiamo smesso di andare a prendere i ragazzini nelle scuole, come invece facevamo quando la pallavolo veniva da “la squadra del secolo”, dalle vittorie dei Mondiali. Giravano certamente più soldi in passato e c’era più facilità nell’organizzarsi e reperire risorse: si giocava un pò in discesa. Adesso, che tutto è più complicato dalla penuria di risorse, e dirigenti e tecnici si devono maggiormente ingegnare per fare e per emergere con il poco a disposizione, il problema si manifesta in maniera più importante. Inoltre manca spesso la volontà di ascoltare e di confrontarsi, prendendo tutto come critica negativa a livello personale e con conseguenti ripicche: questo porta a indirizzare ancor più le risorse verso gli  “orticelli” di cui parlavo prima, e inevitabilmente verso il perdurare dello status quo senza nemmeno provare a cambiare qualcosa. Noi sentiamo ogni anno dei peana su numeri dei tesseramenti in crescita: la realtà è che in questi ultimi anni nei tesseramenti rientrano anche il mini-volley o S3 che dir si voglia, a differenza del passato; si conteggiano anche i tesserati amatori, a differenza del passato, quando non esistevano campionati amatori, pur non avendo nulla a che fare con l’attività agonistica e giovanile di cui parliamo. Per quanto riguarda le selezioni, ad esempio per il Trofeo delle Regioni, abbiamo a disposizione pochi allenamenti rispetto agli altri e alla fine siamo in ritardo con i nostri concorrenti, e questo ci impedisce di salire nella graduatoria tra Regioni come invece potremmo avere la possibilità di fare. La situazione di base è complicata e non ci impegniamo al meglio per trovare o qualificare i talenti o premiando quelli che meritano sempre, perché prevale la logica tutta politica del dover accontentare un po’ tutti. Nello sport non ci deve essere livellamento: lo sport deve essere certamente inclusivo ma l’agonismo prevede che i più bravi vengano scelti per progredire al meglio delle risorse disponibili; lo dice il termine stesso SELEZIONE!

Avviene ciò che si evidenzia dalle polemiche scientifico-politiche: gli scienziati che evidenziano come la scienza non sia democratica, allo stesso modo l’agonismo non può rispondere alla logica dell’accontentare tutti.
Esatto, lo stesso accade nello sport. Tutti hanno diritto di fare sport. Tutti vogliono vincere, a partire dai bambini, ma non possono vincere tutti.

Tu hai praticato Atletica, uno sport individuale con una logica un po’ diversa. Avrai notato che negli ultimi anni, con l’esplosione delle gare su strada tutti i partecipanti ricevono una medaglia, per legittima volontà degli organizzatori che hanno interesse a soddisfare i “clienti”: si finisce così con lo svilire il valore dei tre normali medagliati (oro, argento e bronzo).
Purtroppo la politica è anche nello Sport e siamo diventati schiavi del politicamente corretto; si pensa che l’ultimo arrivato abbia gli stessi diritti o meriti del primo: lo Sport non può essere così, altrimenti non avrebbe senso fare classifiche o graduatorie, ripeto di nuovo il concetto: che senso ha chiamare un qualcosa, “torneo”, “gara”, “partita”, “classifica”, se poi la medaglia o il premio viene dato tutti? Perché livellare? L’idea secondo cui chi vince sia uguale a chi perde, o che il primo sia uguale all’ultimo non regge nello Sport. Ovviamente a livello giovanile è fondamentale insegnare come si vinca e si perda, e ancora più importante il percorso per arrivare a entrambe le cose.

Sacchi diceva che non esiste la cultura della sconfitta. 
La sconfitta non va vissuta come fatto negativo ma bisogna insegnare sin da piccoli la cultura dello Sport. Per farlo, i bambini devono praticare lo Sport, sin da piccoli, con costanza e assiduità. Invece la nostra società va nel senso opposto, con sempre meno Sport nell’età giovanile. Con ricadute motorie evidenti: capita di avere a che fare con ragazzi e ragazze che a 13-14 anni non sanno saltare un ostacolo di 20 centimetri senza cadere o farsi male; posture innaturali; etc etc. Questo poi ha ripercussioni sanitarie importanti perché cresciamo giovani con problemi, che diventeranno adulti con molti problemi di salute.

Negli ultimi giorni e nelle ultime settimane ha iniziato a prendere forma pubblicamente un nuovo progetto isolano relativo al volley. Ci puoi accennare qualcosa?
Si parte da una sigla, APS, Accademia Pallavolo Sardegna: si parte dalla volontà di confrontarsi per alzare il livello qualitativo. Sono coinvolti altri soci come Giandomenico Dalù (tecnico di comprovata esperienza sia femminile che maschile in serie A e B, settori giovanili etc), Barbara Manca (una delle poche sarde ad aver giocato in Serie A, un po’ disaffezionata del volley ultimamente), Marcello Abbondanza (la nostra ciliegina sulla torta, un allenatore italiano tra i più vincenti all’estero nella storia del volley, che ricoprirà la carica di Direttore Tecnico), questi per la parte tecnica. Nella parte medica riabilitativa e tanto altro, partecipa il dottor Roberto Sollai che tanti conoscono (ex medico Fidal della Nazionale di Atletica Leggera, medico Nazionale Volley Juniores di Angelo Lorenzetti e tanto altro) e diversi altri che si stanno aggiungendo al nostro progetto entusiasti. Abbiamo poi una lista di AMICI di APS che ci chiedono e ci stanno dando la loro disponibilità per partecipare anche solo con dei clinic o dei confronti a questa idea. Abbiamo parlato per circa un anno di questo e poi finalmente abbiamo deciso di trasformarlo in realtà. 

Perché “Accademia”?
La scelta del nome “Accademia” è stata presa perché vogliamo sia una “scuola” in cui insegnare la pallavolo, insegnare come stare in palestra, insegnare le regole dello Sport e avere l’idea di un progetto di qualità: confronto continuo, con i supporti medici e di preparazione fisica necessari. È un qualcosa di concreto che abbiamo iniziato a pubblicizzare qualche giorno fa. Lunedì ci sarà il primo open day, allenamenti gratuiti nei quali si portano i bambini e chiunque sia interessato, per iniziare a presentarci e conoscerci. Abbiamo avviato il tutto con la collaborazione con la società del VBC Sinnai, società storica che raggiunge quest’anno il mezzo secolo di vita, 50 anni di volley, che per l’occasione festeggia con questo proposito APS; il Presidente signor Giovanni Leoni ha sposato entusiasta la nostra idea: con il figlio Simone hanno apprezzato e stiamo già coinvolgendo molti simpatizzanti e genitori interessati e che parlano la nostra stessa lingua. APS si sta aprendo ad altre competenze in altri campi (fiscale, legale, marketing, comunicazione) e questo darà la possibilità di dare consulenza a chi lo chiedesse tra le società interessate a 360 gradi: questa parte è in fase embrionale ma stiamo ricevendo risposte entusiaste da amici e colleghi e presto verrà pubblicizzato e promosso il tutto. APS non è in concorrenza con altre società e non vuol mettersi al di sopra dei sodalizi, bensì pensiamo di poter contribuire a innalzare il livello qualitativo: la nostra speranza è così di invogliare a migliorare il movimento sardo con proposte che arrivano da più parti. Vogliamo che questa idea porti vantaggi al movimento pallavolistico sardo e non ad alimentare diatribe personali o tra società.

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