12-02-2019 Regionali Sardegna: intervista a Paolo Truzzu (Fratelli d’Italia)

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On. Truzzu, come sta andando questa campagna elettorale?

Le sensazioni sono positive per il presidente Solinas, per il centrodestra e per Fratelli d’Italia.

Si sente dire spesso che le ideologie sono finite, ma i due candidati alla Presidenza della Regione, Solinas e Zedda, accreditati della potenziale vittoria, rappresentano sempre destra e sinistra. Si può cambiare il nome di una rosa ma continuerà a emanare lo stesso profumo, oppure la geografia della politica è veramente cambiata?

Credo che oggi ci sia, da parte degli elettori, una maggiore attenzione sulle persone. D’altra parte, le connotazioni politiche e le posizioni dei singoli candidati rimangono importanti, ma sono successe delle cose che hanno mutato il quadro politico a cui eravamo abituati. Oggi la sinistra, che dopo cinque anni di governo della Sardegna si presenta con Massimo Zedda e che ha governato l’Italia con Renzi negli scorsi anni, è una sinistra legata al mondo del potere, della finanza, delle lobby, della “dittatura” dell’Europa. E non ha niente a che fare con la vecchia sinistra, vicina alle esigenze del popolo. Oggi le esigenze del popolo sono meglio rappresentate dalla destra.

Come sono stati i cinque anni appena trascorsi per la Sardegna?

È una domanda che mi viene posta spesso dagli elettori, nelle chiacchierate e negli incontri che faccio abitualmente. Sono stati cinque anni di immobilismo, durante i quali la Sardegna è rimasta ferma, mentre le altre regioni correvano. Abbiamo perso tanti treni. Questo è testimoniato da tanti dati oggettivi, basti pensare che la Sardegna è retrocessa all’ “obiettivo uno” dell’Unione Europea: in altre parole, ora la Sardegna rientra tra le regioni più povere d’Europa. Sono stati cinque anni in cui non abbiamo saputo cogliere le opportunità e non abbiamo saputo collegarci alle direttive di sviluppo.

Ci sarà pur stato qualche provvedimento della giunta Pigliaru che l’ha vista d’accordo.

I provvedimenti che mi hanno visto d’accordo sono stati quelli proposti da me, in rappresentanza del programma di Fratelli d’Italia, più e più volte nel corso di questi cinque. Solamente negli ultimi tempi, alcune di queste nostre proposte sono state accolte dalla giunta Pigliaru. Faccio degli esempi a riguardo: nell’ultima finanziaria sono state inserite detrazioni per le famiglie con figli a carico, dell’importo di 200 euro a figlio, 300 euro nel caso un figlio abbia disabilità; 10 milioni di euro nel trasporto pubblico locale, per consentire soprattutto ai più giovani di pagare solo il 20% dell’abbonamento ai mezzi pubblici (vuoi ARST, vuoi CTM e omologhi); abbiamo garantito l’accesso alle politiche per la famiglia e la natalità per quelle famiglie che hanno bambini agli asili, garantendo circa 200 euro al mese a rimborso parziale della retta, aiutando così anche i genitori che lavorano. Su quest’ultimo punto, mi preme sottolineare un dato allarmante venuto fuori in questi giorni: nell’ultimo anno sono state licenziate in Sardegna 600 mamme lavoratrici. Dobbiamo intervenire sui tempi di conciliazione vita-lavoro.

Foto Gianluca Zuddas/Agenzia Fotocronache.it. Nella foto: Giorgia Meloni, Paolo Truzzu

Un piccolo inciso sulle donne: il femminismo è visto come un interesse più di sinistra, però l’unico leader donna alle politiche è stata Giorgia Meloni.

Su questo c’è molto da discutere. Ricordo che per la prima volta alle regionali si voterà con la doppia preferenza di genere. Io sono tra coloro che si è opposto a questa soluzione perché non penso che sia il modo migliore per far sì che le donne partecipino maggiormente alla vita politica. Gli elettori dovrebbero scegliere qualcuno non in base al sesso bensì in base alle capacità.

La presenza di poche donne in ruoli istituzionali è causata dalla scarsa partecipazione femminile alla vita dei partiti e dei movimenti politici. Quello che dobbiamo fare è cercare di capire ed eliminare quegli ostacoli che impediscono alle donne di partecipare alla vita politica. In questo modo sono certo che ci saranno più donne nelle istituzioni perché è così in tutti i campi: a Cagliari abbiamo l’esempio della presenza femminile nelle istituzioni con il Presidente del Tribunale, con il Rettore. Le donne hanno la capacità di misurarsi alla pari con gli uomini. E questo accade anche nella politica, quando riescono a partecipare. È il caso di Giorgia Meloni, leader del nostro partito, perché è più brava degli altri: per questo la scegliamo.

Il suo impegno personale non è stato settoriale, ma trasversale rispetto alle tematiche d’interesse dei cittadini. Dalla lotta all’ASL unica ai provvedimenti per i guardrail salva motociclisti. Che giudizio dà al suo lavoro, tra battaglie vinte e perse?

Il giudizio lo danno gli elettori, non gli eletti. Io ho cercato in questi cinque anni di dedicarmi col massimo impegno al compito al quale mi hanno designato gli elettori cinque anni fa. Ricordo che nel corso della scorsa campagna elettorale un elettore mi disse “siete tutti uguali, alla fine volete tutti la poltrona”. Gli risposi “è chiaro che, se io mi sto candidando, voglio essere eletto e quindi voglio quella poltrona. Poi bisogna vedere come si usa la poltrona”. In maniera molto chiara, chi usa la poltrona per attaccarci il culo e non fare niente si trova in una situazione differente da chi la usa per portare avanti delle proposte, delle idee, per fare delle battaglie. Per quanto mi riguarda, in questi cinque anni, ho sempre lavorato facendo opposizione leale alla giunta Pigliaru, bastonando quando c’era da bastonare e opponendomi a ciò che non ritenevo giusto. Ma l’ho fatto, ribadisco, in maniera leale, cercando di unire la proposta alla protesta: la politica deve avere idee con le quali convincere sia gli elettori, sia i colleghi della maggioranza. Posso dire di aver avuto la capacità e la fortuna di convincere anche i miei “avversari” politici affinché passassero anche mie e nostre mozioni.

Parlo di mozioni e non di proposte di legge perché, purtroppo, in questi cinque anni non è mai stata discussa in aula una sola legge dell’opposizione: questo è un fatto grave in termini di democrazia e di partecipazione alle scelte politiche.

Ricordo alcune delle nostre mozioni approvate: una sul metano, una sulla partecipazione delle piccole medie imprese agli appalti pubblici, una sui guardrail salva motociclisti. Altre non approvate sono state sui genitori separati, sulle mamme che lavorano, sui disoccupati over 50.

Siamo riusciti a far mettere in bilancio una riduzione sulle accise per i micro-birrifici, proposte sui trasporti per i giovani, sul potenziamento dell’ARST soprattutto per l’acquisto dei pullman: l’ultimo blocco di pullman fu acquistato nel 2008 e ora abbiamo pullman in cui si viaggia con l’ombrello, pullman che si incendiano lungo i percorsi. La situazione dell’ARST dal punto di vista della flotta è abbastanza grave, per un’azienda che per la Sardegna è importante: l’ARST arriva in 368 comuni sardi su 377, quindi un servizio fondamentale nella vita dei sardi.

Foto Enrico Locci/Agenzia Fotocronache.it. Nella foto: Paolo Truzzu

Sanità, trasporti, turismo, disoccupazione-spopolamento: sembrano questi i nodi da risolvere. Quali sono gli interventi che ritiene improcrastinabili per rilanciare la Sardegna? 

Sanità. L’intervento improcrastinabile è cancellare l’ASL unica e tornare a tre aziende sanitarie sul territorio, che siano vicine ai cittadini e garantiscano l’assistenza di prossimità che è mancata in questi anni. Ci siamo concentrati sugli ospedali: la gente va sempre in ospedale perché è l’unica struttura in grado di dare risposte rapide e certe ai cittadini.

Trasporti. Ci sono due macro-interventi. Il primo è cambiare la continuità territoriale perché noi sardi non possiamo essere ostaggi di una compagnia che usa la nostra terra per fare cassa, come se fosse un polmone finanziario. Deve essere una continuità territoriale diversa, nella quale tutti gli utenti non solo possano muoversi verso l’Italia e l’Europa ma possano farlo a prezzi definiti. Sotto questo punto di vista, ritengo indispensabile una pluralità di offerte da parte del mercato e non più il monopolista unico: a nessuno di noi interessa se viaggia con la compagnia di Pippo, Pluto o Paperino, bensì importa avere un servizio a costi definiti e possibilmente con tariffe differenziate, come succede per le low-cost: un conto è viaggiare con il bagaglio a mano, un altro con il bagaglio in stiva, altro ancora volere un certo servizio catering.

Il secondo macro-intervento riguarda un grande piano di infrastrutture, ormai diventato necessario: i veri problemi della Sardegna sono i collegamenti interni. Che incidono anche sul turismo: se una località non è facilmente raggiungibile dai principali aeroporti lo sviluppo turistico non può decollare. Vista l’estensione della nostra isola si potrebbe creare un sistema di collegamenti tali per cui ogni comune sia facilmente raggiungibile ad un’ora e mezzo di macchina al massimo da uno dei principali aeroporti.

Turismo. Sull’incidenza della questione trasporti ho appena detto. L’altro nodo fondamentale sul turismo, riguarda l’organizzazione della Regione Sardegna, disciplinata da una legge del 1977. Era un altro mondo, anzi un’altra era. Dobbiamo prendere atto che oggi la Regione non è in grado di dare risposte alla maggior parte dei cittadini e delle imprese. Affinché torni a dare risposte dobbiamo riorganizzare totalmente la macchina: dobbiamo avere una Regione amica dei cittadini e delle imprese, non un ostacolo; una Regione capace di generare sviluppo.

Disoccupazione-spopolamento. Riguardo lo spopolamento, si parla spesso dell’effetto “ciambella”: i cittadini che abbandonano l’interno e si trasferiscono sulle coste. Lo spopolamento in realtà riguarda tutta l’isola. I dati ci dicono che nel 2019 avremo 10.000 nascite in meno e la tendenza è che di qui a trent’anni la Sardegna avrà una popolazione di circa un 1 milione di abitanti. Oltrepassato lo stretto di Bonifacio, vediamo invece che analoghe stime per la Corsica mostrano la popolazione proiettata da 300.000 a 600.000 abitanti. Sono due fattori che dovrebbero farci ragionare. Ci sono poi due fattori che incidono sulla natalità: uno culturale e uno economico. La nostra proposta è un bonus di 1.000 € per i primi cinque anni di vita del bambino. Significherebbe fornire una piccola dote finanziaria e soprattutto far capire alle persone il cambio di atteggiamento della politica e delle istituzioni verso la famiglia. I bambini sono la vita: non sono uno costo per la società ma un investimento per la comunità. Investimento che genera vita ma anche occupazione.

Riguardo il problema lavoro, ritengo che sia causato dalle scelte fatte in questi anni: le risorse a disposizione sono state utilizzate in questi anni per soluzioni tampone, per mettere le pezze, verso una situazione di crisi diffusa. Queste scelte hanno creato assistenzialismo al posto dello sviluppo necessario. La politica non può, nella mia visione, creare posti di lavoro. Quello che può, deve, invece fare è creare un buon clima per le imprese: sono le imprese che possono creare posti di lavoro. Le nostre scelte devono rendere la vita più semplice alle imprese. Per quanto riguarda le nostre proposte, quelle del “cantiere Sardegna”, faccio alcuni esempi che consentirebbero in poco tempo di creare 4-5mila posti di lavoro.

Oggi la Regione, con “Lavoras”, spende 50 milioni di euro all’anno in cantieri, spesso improduttivi e che non portano un valore aggiunto. Se quei 50 milioni fossero affidati ai comuni, attraverso bandi semplificati per la ristrutturazione delle case, otterremo due risultati: contrasteremo il “non-finito”; genereremmo un investimento privato elevato, quantificabile in circa 500 milioni di euro, che equivale a circa 4-5mila posti di lavoro nell’edilizia. A sua volta, questi 500 milioni di euro alimenterebbero ulteriore spesa nel territorio: piccole imprese, artigiani, commercianti et cetera.

Foto Gianluca Zuddas/Agenzia Fotocronache.it. Nella foto: Paolo Truzzu

Lei viene da decenni di militanza nella destra sarda. Entrare nel “palazzo”, vedere come funziona e come non funziona la “macchina” ha cambiato la sua visione della politica?

Assolutamente no. La politica è passione e impegno. Se non hai questi elementi difficilmente riesci a fare politica e a resistere. 

Poi ovviamente quando fai politica c’è soprattutto una propensione a voler cambiare le cose e a voler difendere i diritti dei più deboli: i più forti non hanno necessità della politica per far valere i propri diritti. Sicuramente, “da dentro”, vedi delle cose che non ti piacciono ma queste ti spingono ad aumentare l’impegno e devo dire che la soddisfazione personale e politica è dimostrare a tanti che si può fare politica in maniera pulita e onesta, con la forza delle idee. Altrimenti andremo a aumentare l’impressione che in molti hanno, ossia che la politica la facciano solo coloro che hanno interessi. 

Consiglio sempre, a coloro che sono persone perbene e vogliono veramente dedicarsi a cercare di cambiare le cose, di mettersi al servizio della propria comunità. Ci sono tante persone perbene che fanno politica in maniera seria e speriamo che i cittadini abbiano la capacità di distinguere.

La sua storia politica è anche la storia di un gruppo di militanti cresciuti insieme e che ora rappresentano le istituzioni, vuoi in Regione, vuoi in Parlamento. Un gruppo che, a prescindere dalle idee, conosce la politica, il confrontarsi con i cittadini e con gli avversari.

Abbiamo avuto in Italia e in Sardegna politici di professione, politici catapultati dalla società civile, tecnici con referenziati curriculum accademici ma poca conoscenza della vita di tutti i giorni. Non si riesce a trovare una classe dirigente preparata e capace di comunicare con le persone comuni, oppure è il dolce peso della democrazia?

L’attuale situazione è figlia di quanto accaduto negli anni passati. Prima, i partiti hanno svolto un ruolo importante nella società: erano camere di mediazione tra gli interessi sociali e davano risposte alle comunità e ai singoli. Sul finire degli anni ’80 è iniziata una degenerazione della loro funzione che ha dato vita al termine partitocrazia: il partito controllava in maniera ossessiva la politica. Da allora i partiti hanno perso la loro funzione e la gente comune si è allontanata. Di conseguenza i partiti ne sono usciti distrutti. Oggi c’è la necessità di rigenerare seriamente movimenti e partiti: non è semplice, servono tempi lunghi e risorse che non sempre sono disponibili. Occorre ricordare che in precedenza esisteva il finanziamento pubblico ai partiti: oggi si rischia che la politica la possa fare solo chi ha soldi, visto che per organizzare un partito a livello regionale o nazionale sono necessarie tante risorse. C’è sicuramente tanto volontariato ma anche spese. Non sono favorevole ai politici di professione ma penso che la politica abbia bisogno di professionalità, senza improvvisazioni, per studiare e capire cosa si muove nella società. Per quanto riguarda chi proviene dalla società civile, abbiamo anche casi fortunati di persone che riescono a fare bene ma non possiamo pensare che questa sia l’unica risposta perché ognuno di noi, oltre la politica, fa altro, ha la sua vita, la sua professione. Non si può pensare che siano “civili” solo coloro che provengono dalla società civile e quelli che fanno politica siano incivili. Fare politica è la più alta forma di volontariato civile: significa mettersi al servizio delle persone che ti stanno attorno nella tua comunità, per cercare di migliorare la situazione di tutti. È questo l’obiettivo finale della politica.

Foto Enrico Locci/Agenzia Fotocronache.it. Nella foto: Paolo Truzzu

Viviamo in un periodo un po’ contorto: prima di valutare un provvedimento nel merito si va a pensare “questo provvedimento verrà utilizzato dai furbetti”. Ultimo in ordine di tempo il reddito di cittadinanza. Si evidenzia uno scarso affidamento verso la politica e una logica da rivedere a livello civico.

Diciamo che si evidenzia una scarsa fiducia verso gli italiani nel senso che c’è un detto che tutti conosciamo “fatta la legge trovato l’inganno”: in questo, probabilmente, come popolo siamo maestri. 

Recentemente parlavo con un amico che mi raccontava di un nipote che qui in Sardegna era un po’ problematico. Trasferitosi in Germania a lavorare, è ora uno stimato professionista, padre di 4 figli e così via. Il ragazzo ha spiegato candidamente il motivo: “qui mi hanno educato”. Quando c’è un sistema di regole definito e chiaro le persone si adeguano. E le regole chiare e certe aiutano soprattutto i più deboli perché i più forti le regole se le fanno e trovano le soluzioni. 

Il problema italiano, in generale, è che, da una parte siamo restii a rispettare le regole e dall’altra c’è un sistema che incentiva a non rispettarle. Faccio un esempio: se io domani voglio installare una pompa di calore e sono in una zona sottoposta a vincolo e mi comporto correttamente, richiedo le autorizzazioni al Comune, faccio la domanda et cetera, rischio di metterci tre anni per avere l’installazione. Se invece faccio tutto, come dire? “aumma aumma”, in un mese e mezzo risolvo. 

Allora è comprensibile che una persona si senta quasi legittimata a dirsi “perché devo essere l’unico deficiente a rispettare le regole?”. È su questo che dobbiamo cambiare, la politica e il sistema devono avere le capacità di avere regole semplici e chiare, e soprattutto farle rispettare. 

Possiamo naturalmente fare migliaia di esempi ma penso al commercio: c’è chi commercia legalmente e chi lo fa abusivamente. Sono risorse sottratte al sistema, posti di lavoro sottratti al sistema: non è possibile trovarsi nella situazione in cui io ho un negozio, pago le tasse, assumo regolarmente le persone e magari davanti alla vetrina ho persone che vendono paccottiglia o addirittura lo stesso genere di prodotti. 

Il senatore Solinas è sostenuto da 11 partiti, il sindaco Zedda da 8. Il 25 febbraio rischiamo di assistere a nuove beghe per spartirsi le poltrone?

Le questioni legate alle spartizioni delle poltrone mi interessano sempre relativamente. Serve la capacità di avere le idee chiare e fare le scelte definite e dirette. Certo, gli 11 partiti/movimenti da una parte e gli 8 dall’altra sono frutto della crisi dei partiti di cui parlavamo prima e anche frutto della convinzione che la costruzione di un cartello elettorale possa essere per alcuni motivo di orgoglio, di rappresentanza, di esistenza anche politica. Bisognerebbe ogni tanto avere la capacità di rinunciare a qualcosa, di rinunciare all’affermazione personale per mettersi insieme agli altri e fare qualcosa di più importante.

Foto Gianluca Zuddas/Agenzia Fotocronache.it. Nella foto: Giorgia Meloni, Paolo Truzzu

Alle scorse elezioni suppletive della Camera a Cagliari ha votato il 15% degli aventi diritto. Il messaggio mandato ai partiti è stato assordante. Perché il 24 febbraio un elettore dovrebbe recarsi alle urne e votare per lei?

Bella domanda. Parto dal 15%. Penso sia frutto di un’elezione particolare, il rinnovo di un solo parlamentare alla Camera, che ha fatto sì che non ci fosse il traino e l’attenzione anche da parte dei mezzi di comunicazione su quelle elezioni. 

Credo che oggi ci sia una maggior pressione da parte dei mezzi di comunicazione, da parte dei candidati, anche perché siamo in 1.500!, quindi sotto questo punto di vista ognuno di noi si sta attivando per contattare gli elettori: è in atto il cosiddetto stalking eletttorale, una delle attività che i candidati “devono” fare. Perché votare per me? Io chiedo il voto in base a quello che ho fatto in questi 5 anni. Sulla base dell’impegno che ho dimostrato di mettere nella mia attività, nel mio lavoro di consigliere regionale e sulla base delle idee che sto portando avanti e sto cercando di proporre ai cittadini. Gli elettori devono votarmi se pensano che io abbia fatto un buon lavoro di opposizione e vogliono darmi fiducia per andare in Regione e cambiare alcune cose: cancellazione della ASL unica, una nuova continuità territoriale, una nuova legge di organizzazione della Regione, una riforma degli enti locali perché così il sistema non funziona e la creazione di un sistema che sia meno assistenzialista e con più opportunità per i nostri cittadini. Per fare questo, io ci sono. Chiedo la fiducia su questo. Per questi motivi dovrebbero darmi il voto, sapendo che non ho la bacchetta magica ma posso garantire in tutta coscienza il mio massimo impegno.

In bocca al lupo.

Lunga vita al lupo, grazie.

Di Gianluca Zuddas

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